I mille volti della colite

Che cos’è la colite: iniziamo dalla definizione

La colite, un’infiammazione che colpisce il colon, cioè il secondo tratto dell’intestino crasso, presenta oggi disturbi sempre più imperanti che affliggono i pazienti.

Le sintomatologie di malessere generale che ho avuto l’opportunità di osservare durante questi lunghi anni di lavoro in studio non fanno altro che inficiare la qualità della vita di chi soffre di colite e, inoltre, spesso sono associate ad altre patologie.

In questi casi è necessario sposare un percorso alimentare costruito ad hoc che metta al centro la qualità alimentare con l’obiettivo di “ammorbidire” i sintomi o, per lo meno, di mitigare quelli acuti rendendo il “fenomeno” vivibile.

Quando non viene ricercata la qualità alimentare, si nota subito un peggioramento del quadro clinico. Serve, inoltre, un’organizzazione alimentare adeguata alle comorbilità.

I suddetti peggioramenti sono determinati molto probabilmente da scelte alimentari scellerate, consapevoli o meno, che ignorano del tutto una semplice verità: “Siamo ciò che mangiamo”.

La sintomatologia della colite è davvero varia: si passa da dolori e crampi addominali, al dolore a un fianco o alla schiena; e ancora gonfiore addominale, meteorismo e flatulenza, stipsi, diarrea, a volte un’alternanza tra le due; per arrivare a diarrea profusa, senso di evacuazione incompleta e tanto altro.

La sintomatologia dipende anche dal tipo di colite e dal periodo dell’anno: in autunno e in primavera, nelle fasi iniziali di questi due momenti di transizione, si manifesta con più forza.

I vari tipi di colite che oggi incontriamo vengono classificati in base alla causa. Ve li elenco:

  • Autoimmune;
  • Malattia infiammatoria e autoimmune cronica intestinale – un gruppo di colitidi croniche;
  • Colite ulcerosa (UC) – malattia infiammatoria cronica intestinale di natura autoimmune che colpisce intestino crasso e retto provocando infiammazione e ulcere;
  • Morbo di Crohn (CD) – malattia infiammatoria cronica intestinale che può colpire tutto il tratto digerente, compreso il colon;
  • Colite spastica (o sindrome del colon irritabile) – disturbo funzionale molto comune legato allo stress e a un’alterata motilità intestinale, non caratterizzato da veri e propri processi infiammatori organici;
  • Colite microscopica – diagnosticata mediante esame microscopico del tessuto colico; macroscopicamente (alla vista) appare normale. Si divide a sua volta in colite linfocitica e colite collagenosica;
  • Colite da diversione – a seguito intervento chirurgico;
  • Colite chimica;
  • Colite indotta da chemioterapia;
  • Colite da radiazioni;
  • Malattia vascolare;
  • Colite ischemica – dovuta a una riduzione dell’afflusso di sangue al colon, frequente nelle persone anziane o con problemi vascolari;
  • Colite infettiva;
  • Colite pseudomembranosa – spesso da uso eccessivo di antibiotici;
  • Colite indeterminata – classificazione delle coliti che presentano caratteristiche sia della malattia di Crohn che della colite ulcerosa. Il comportamento della colite indeterminata è generalmente più vicino alla colite ulcerosa rispetto alla malattia di Crohn

 

Altre coliti sono non conformi ai criteri di classificazione e quindi atipiche o non classificabili.

 

La diagnosi si basa sulla storia clinica del paziente, sugli esami fisici e sui test di laboratorio e strumentali (CBC, elettroliti, coltura e ricerca di parassiti nelle feci, biopsia).

Oltre la diagnosi eseguita dallo specialista, che porta a un trattamento farmacologico mirato, bisogna guardare all’alimentazione. Si tratta infatti di uno dei pilastri della gestione della colite a lungo termine: conoscere gli strumenti, l’organizzazione e le scelte alimentari più adatti al tipo di colite fa parte della cura e del trattamento.

 

Incontro spesso pazienti affetti da coliti che non hanno mai ricevuto né seguito un piano alimentare mirato. Spiego loro l’importanza di un simile approccio: non sapere quali sono le scelte stagionali agroalimentari più opportune, cosa fa bene e cosa no, produce un effetto boomerang negativo. Inoltre, ogni paziente è “unico” e va condotto su una strada specifica che superi le linee guida alimentari generiche.

 

Non ha senso e non produce alcun cambiamento positivo il suggerimento, molto totalitario a mio avviso, di stare ad esempio alla larga da latticini, legumi e altri consigli “classici”. Il paziente potrà anche vivere un periodo di allontanamento da alcuni gruppi alimentari, ma soltanto all’inizio perché è solo in questa fase iniziale che ne trarrà benefici; a lungo andare simili scelte determineranno un deficit nutrizionali o, peggio ancora, sostituzioni continue con alimenti di scarso valore nutritivo (come i classici latticini senza lattosio, pane senza glutine, pasta integrale) e molto costosi.

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